La compagnia che si riuniva al completo in estate era composta dagli indigeni e dagli "ospiti" ma naturalizzati dell'Argentiera  come gli Ottelli o i figli del direttore. 

Gli indigeni più o meno della mia età eravamo diversi: oltre me c'erano Antonello e Giambruno Peru, Ninni Col, Claudio (nostro), Gianfranco e Tonio Madarese, Franco Zanin, Franco Tosi, Tonio Zuddas, Tonio Mura, Andrea Porcu, Ninuccio Ceraulo, Salvatore Muroni, Bruno Uldank, Francesco Mura.

Le ragazze indigene erano: Nietta, Renata e Riccarda Seno, Rosetta Scanu, Maria Carmela Mannu, Fufolina e Marta Col, Gisella Serra, Giulia Ceraulo di giù, Giulia e Rosalba Ceraulo di su, Mariuccia Mura, Anna Zuddas.

Sia tra i maschi che tra le femmine alcuni erano un po' più grandi oppure lavoravano già e quindi stavano di meno con noi nei giorni feriali mentre di domenica ci ritrovavamo tutti, inizialmente in chiesa per la Messa e poi al mare.

La Messa era sempre un momento importante: ognuno faceva sfoggio dell'abbigliamento più elegante, bisognava essere lì in orario altrimenti il prete si adirava. Mi ricordo che le donne non potevano entrare in chiesa a capo scoperto e naturalmente dovevano vestire in modo non scandaloso oltre che avere un portamento semplice e modesto. Tutti guardavano tutti e quindi bisognava evitare ci fossero motivi di pettegolezzo.

Alla fine della messa, in inverno andavamo in piazza e al circolo, mentre in estate andavamo in spiaggia.

Moltissimi ricordi di avvenimenti più o meno importanti sono legati alla chiesa che, essendo l'unico punto comune a tutti e  nel quale eravamo tutti uguali ( per fortuna non c'erano i banchi per gli impiegati distinti da quelli per gli operai!), diventava spesso riferimento temporale e spaziale.

La chiesa, all'Argentiera, non è stata sempre quella attuale. La prima di cui abbia sentito parlare era nella parte alta di Calaonano, la seconda era invece in piazza ma era una costruzione in legno, provvisoria, in attesa che venisse costruita quella definitiva ed attuale sulla collina dalla quale si vede tutta la baia.

Non so bene perché decisero di abbandonare la chiesa di Calaonano: ritengo che la ragione potesse risiedere nel fatto che era troppo lontana dal centro e quindi era faticoso  raggiungerla.

Certo parlare della chiesa significa inevitabilmente parlare di Don Meloni che, casualmente, era stato sia in quella di Calaonano sia in quella attuale.

Don Meloni, Pietro Meloni, era un personaggio straordinario soprattutto per il fatto che era il classico scienziato pazzo. Già negli anni quaranta, quando appunto era nella chiesa di Calaonano, faceva parlare di sé per le sue stravaganze: girava sempre in moto, velocissimo, in pantaloni e con gli occhialoni da motociclista come si conveniva allora. Aveva, all'esterno della chiesa, un orticello recintato nel quale coltivava degli ortaggi che  piacevano molto anche ad alcune capre che pascolavano da quelle parti e che in qualche modo riuscivano a saltare la recinzione e a mangiarsi la verdura. Don Meloni avvisò  il proprietario delle capre affinché stesse attento e tenesse le bestie lontano dall'orto. Ciò non avvenne ed allora don Meloni minacciò di sparare alla capra che avesse trovato all'interno dell'orto. Cosa che fece puntualmente un giorno in cui per l'ennesima volta trovò appunto una capra che gli stava mangiando gli ortaggi.

Già questo esempio serve a capire come Egli non fosse il classico uomo di chiesa! Si diceva, d'altra parte, che i genitori lo avessero costretto a farsi prete perché lui non voleva. A quei tempi per le famiglie era un orgoglio avere un figlio prete e spesso accadeva appunto che i figli venissero costretti a seguire la carriera ecclesiastica anche senza la vocazione.

Era un uomo di scienza, soprattutto astronomo, ma che amava la musica, suonava abbastanza bene il violoncello, e non disdegnava interessarsi di elettronica come nella costruzione di un televisore probabilmente attraverso corsi  tipo Radio Elettra.

Per quanto riguarda l'Astronomia,  si era costruito un osservatorio tutto da sé che aveva prima a Sassari e che poi trasferì all'Argentiera quando venne per la seconda volta; c'era stato un intervallo di tempo nel quale il vescovo lo tenne a Sassari, mentre da noi arrivò Padre Benvenuto, un frate di Santa Maria, classico uomo di chiesa, un po' ipocrita, un po' falso e viscido abbastanza da essere poco simpatico ai più.

Don Meloni invece era un uomo pratico che difficilmente sottostava a dei compromessi e che ci metteva poco a mandare a quel paese chiunque, Vescovo compreso, il quale infatti, non appena poté, lo rimandò all'Argentiera, lontano da Sassari. Don Meloni accettò, credo di buon grado, perché così non sarebbe stato costretto ad effettuare tutte le cerimonie in pompa magna come avviene in città, come quelle di Pasqua o Corpus Domini o L'Ascensione, con tutte le processioni e i fastidi che ne derivano. Non so quanto Don Meloni fosse credente, anche se era prete, ma certamente riteneva che Dio non fosse tutto l'insieme di vizi e virtù che gli uomini, a loro somiglianza, Gli attribuivano. Sicuramente lo considerava un Essere pratico come era lui. Una volta nella predica che fece durante la Messa per la Festa di Santa Barbara, patrona dei minatori, disse che Santa Barbara aveva disubbidito al padre e che quindi il padre aveva fatto bene a tagliarle la testa! Probabilmente fu nella stessa occasione in cui sgridò gli operai che erano tutti in chiesa per venerare la Santa Patrona, dicendo loro che bisognava andare in chiesa tutte le domeniche e non soltanto in quella circostanza e aggiungendo che in definitiva Santa Barbara era la serva di Dio e quindi era come se gli operai, andando a casa del Direttore, ossequiassero la donna di servizio senza degnare di uno sguardo il Direttore stesso che invece era la persona più importante!

Un'altra volta, in occasione della benedizione delle case, dopo Pasqua, venne a casa di nonna Ruggiu per benedire appunto la casa. Entrò e si fermò nell'ingresso, lanciando l'acqua benedetta da quel punto. Alla richiesta di Nonna di entrare anche nelle altre stanze, Lui rispose di non preoccuparsi perché l'Acqua Santa era come le cimici: bastava darla in una stanza e si sarebbe sparsa per tutta la casa!

Tante volte nelle afose nottate estive andavamo a trovarlo e Lui era sempre molto contento: ci offriva da bere e poi ci faceva vedere le stelle con il telescopio oppure si metteva a suonare il violoncello.

Il disordine che regnava nella sagrestia era qualcosa di indescrivibile, cicche dappertutto, una tazzina per il caffè che non lavava mai, tanto lì " beveva solo lui ", ma che ormai conteneva pochissimo caffè dato che il fondo era sempre meno profondo, un televisore in costruzione, il violoncello, la carabina ad aria compressa: si faceva fatica a trovare un posto dove sedersi!

Era però una persona straordinaria: chiacchierare con lui era sempre piacevolissimo e si imparava sempre qualcosa dalle visite che gli facevamo.

Noi eravamo molto legati a Don Meloni: aveva celebrato il matrimonio di  Babbo e Mamma nel 1939 usando non so bene quale artifizio in quanto Mamma era minorenne e nonno Ruggiu non voleva che si sposasse, per cui c'era tra di loro tanta confidenza sicuramente originata dalla complicità che quell'avvenimento aveva comportato.

Credo di non esagerare nell'affermare che Don Meloni era un grandissimo uomo.

All'uscita dalla Messa, in estate, passavamo un attimo a casa a cambiarci e poi subito in spiaggia.

Le spiagge erano due, ma l'unica praticabile e nella quale stavamo era quella alla destra del ponte, guardando il mare, perché l'altra era ricoperta da un fango grigio, portato dalle acque di scarico della Laveria e naturalmente non era possibile nemmeno camminarci. Per dire la verità talvolta qualcuno di noi andava proprio alla spiaggia del minerale per il gusto di coprirsi completamente di fango e poi ripulirsi in acqua nell'altra spiaggia.

La domenica ovviamente c'erano anche le famiglie che non potevano venire nei giorni feriali e una delle cose più buffe da vedere erano le persone che si facevano il bagno pur non sapendo nuotare e che cercavano di imparare; erano soprattutto le mogli degli impiegati continentali che si munivano di ciambelle salvagente come se fossero dei bambini e perciò se ne vedevano di tutti i colori, perché da un punto di vista estetico non offrivano uno spettacolo propriamente esaltante con i loro sederi all'aria per cercare di stare a galla, tra risate, grida di paura o di richiamo verso i loro mariti quando riuscivano a fare qualche bracciata. Così ogni domenica c'erano i vari show della signora Sella, della signora Zannoni, della signora Nascimbene e di tante altre che vedevano il mare come una cosa curiosa,  lontana dalla loro cultura, dal momento che venivano dal nord Italia e quindi più abituate alla montagna, e che sicuramente avevano visto il mare per la prima volta quando erano arrivate all'Argentiera.

L'acqua era molto alta: già a qualche metro dalla riva non si toccava più e ad una distanza di qualche decina di metri la profondità era già rilevante. All'uscita della baia l'acqua era profonda un'ottantina di metri. Non ricordo però di persone annegate, all'Argentiera, probabilmente perché, ho sempre pensato, l'acqua subito alta incuteva paura e quindi tutti erano particolarmente prudenti, soprattutto le mamme che controllavano a vista i propri figli mentre facevano il bagno e non si fidavano nemmeno per un momento.

Il divertimento in spiaggia era sempre grandissimo sia quando facevamo il bagno sia quando stazionavamo sulla spiaggia tutti assieme raccontando un mucchio di storie. Tonio Mura portava sempre qualche camera d'aria di copertone di camion, naturalmente gonfia, ci si metteva dentro e si faceva rotolare fino all'acqua. Ogni tanto si trovava qualche tronco di legno e allora si faceva a gara a chi rimaneva più tempo sopra. C'erano poi i tuffi dal ponte dove spesso andavamo tutti e perciò era un continuo tuffarsi e risalire e poi rituffarsi senza sosta in un turbinio di acqua; talvolta qualcuno si tuffava in testa ad un altro che ancora non si era spostato ma per fortuna non succedeva mai niente di grave.

Un anno c'era stata l'invasione delle meduse: era la prima volta che ciò accadeva, almeno per me. La superficie del mare era letteralmente ricoperta di meduse! Dalla riva se ne prendevano a decine e si infilavano in un pezzo di filo di ferro per formare delle collane. Erano urticanti in maniera incredibile e praticamente tutti noi eravamo rimasti bruciati, chi più chi meno. Quello che aveva avuto problemi grossi era stato Giampaolo Gaia perché mentre faceva il bagno una medusa gli si era attaccata al collo sotto la nuca e gli aveva provocato una bruciatura molto estesa e molto dolorosa: credo che lo abbiano portato all'ospedale per questo.

L'altro divertimento era fare il bagno con il mare agitato, cosa che avveniva qualunque grado avesse la burrasca o qualunque altezza raggiungessero le onde. Bisognava calcolare il momento in cui entrare in acqua, tra l'infrangersi di un'onda e l'arrivo della successiva, per poi nuotare verso il largo e seguire il movimento delle onde cosicché ti ritrovavi in alto sulla cresta di un'onda e poi giù di colpo nel vuoto tra un'onda e l'altra. Il momento più difficile era però uscire dall'acqua perché bisognava farsi trasportare dall'onda verso la riva, aspettare che l'onda si infrangesse e poi uscire prima dell'arrivo dell'altra. Una volta calcolai male il tempo e mi ritrovai nel mezzo dell'onda quando questa si arrotolava su se stessa. Anch'io girai assieme all'onda, venni sbattuto violentemente sul fondo e trascinato via senza che potessi fare alcunché per fermarmi, come fossi un fuscello di paglia. Non mi feci alcuna ferita per fortuna ma lo spavento fu veramente grande e da allora imparai a fare meglio i conti.

In generale la vita scorreva abbastanza serena seppure forse un po' monotona; qualche avvenimento importante però si verificò nel corso degli anni, al di là degli infortuni mortali o comunque molto gravi che rappresentavano sempre qualcosa d'importante.

Il primo di cui ricordo qualcosa, seppure in maniera vaga, fu un attentato fatto a Padre Benvenuto, il parroco di allora, con una bomba posta all'esterno della sagrestia da un comunista. Erano gli anni cinquanta, credo, e le battaglie politiche tra i comunisti e i democristiani erano ancora all'ordine del giorno. I comunisti, d'altra parte, erano stati scomunicati in quanto atei e, se non ricordo male, la bomba era stata messa da un comunista al quale era stato negato il matrimonio in chiesa;  avere l'esplosivo, in miniera non era certo difficile, anche se i controlli severissimi da parte dei Carabinieri o della Guardia di Finanza limitavano un po'  i furti; questo materiale esplosivo peraltro veniva usato anche per pescare. C'erano infatti coloro che dalla miniera riuscivano a trafugarne un po' e, per poter avere una discreta quantità di pesci, in maniera veloce e con poca fatica, gettavano in mare una bomba da essi preparata che, esplodendo,  provocava un violento spostamento d'aria e quindi l'uccisione di molti pesci che  venivano a galla ed erano recuperati dai pescatori bombaroli.

Naturalmente questo particolare tipo di pesca era proibito, non solo perché veniva danneggiato l'ambiente marino spesso in maniera irreparabile, ma anche perché questa pratica era estremamente pericolosa per coloro che preparavano la bomba; spesso infatti succedeva che l'esplosivo saltasse in aria quando ancora era nelle mani del "pescatore". In giro infatti, all'Argentiera,  si vedeva più di una persona senza un braccio o una mano, proprio a causa di tali incidenti; credo che sia morto anche qualcuno, dilaniato dalla bomba che stava preparando.

L'altro avvenimento che aveva portato l'Argentiera agli onori della cronaca fu l'assassinio di una bambina di dieci anni da parte di un ragazzo di diciassette anni, figlio del barbiere. L'episodio si sviluppò secondo uno schema direi classico, nel senso che tante volte si sentono episodi di cronaca nera che hanno uno svolgimento molto simile a questo.

La bambina era improvvisamente sparita: apparteneva ad una famiglia di basso rango con  rapporti strani tra moglie, marito, amante, parenti dell'amante. Insomma una famiglia nella quale certamente la bambina non era seguita attentamente e anzi spesso veniva abbandonata a se stessa.

Quando inizialmente la bambina non si trovava, i genitori non si preoccuparono moltissimo, anche perché all'Argentiera non erano mai successi episodi di delinquenza, ritenendo che la figlia si fosse allontanata giocando con altri bambini. Quando calò il buio però si preoccuparono ed avvisarono il Brigadiere Sella, comandante della  brigata delle Guardie di Finanza che operavano anche come controllori dell'ordine pubblico.

Tutti cominciarono allora a cercare la bambina per tutta la sera e credo anche per parte della notte. Si guardò in mare, sulla spiaggia, pensando che la bambina potesse essersi recata in spiaggia e poi magari essere annegata, ma anche nelle colline attorno alla piazza principale, al margine della quale abitava la famiglia della piccola.

Le ricerche furono però del tutto infruttuose: della bambina non c'era traccia.

A questo punto credo che siano stati interessati i Carabinieri della Tenenza di Sassari che vennero il giorno dopo con i cani poliziotto.

quella sera però avvenne anche un altro fatto che fece pensare alla presenza di un qualche maniaco e delinquente venuto chissà da dove: il barbiere si recò dal brigadiere Sella per denunciare il fatto che il figlio, appunto la sera dopo l'imbrunire, era stato avvicinato da un brutto ceffo che l'aveva minacciato con il fucile, lo aveva fatto spogliare, lasciandolo in mutande, e poi si era dileguato nel buio. Il ragazzo era ritornato a casa molto scosso e aveva raccontato tutto al padre.  La presenza di questo bandito venne automaticamente collegata alla sparizione della bambina e perciò il brigadiere Sella e il medico dott. Gaia si recarono  a casa del ragazzo per avere maggiori informazioni. Il racconto però era subito sembrato troppo preciso e pieno di particolari che dato il buio e lo spavento presumibile il ragazzo non avrebbe dovuto ricordare; inoltre il dott. Gaia che lo aveva visitato pensò che in realtà il ragazzo non fosse terrorizzato come ci si sarebbe aspettato in una situazione del genere.

Il brigadiere Sella decise allora di portare il ragazzo nella cella della caserma e di interrogarlo a dovere. Secondo i maligni usò le maniere forti, fatto sta che il ragazzo confessò di avere ucciso la bambina ma non volle dire né  dove fosse  il corpo né  dove avesse nascosto i vestiti che aveva detto essergli stati tolti dal brutto ceffo; si pensò che forse aveva confessato per paura di prendere altre botte.

L'indomani i carabinieri sguinzagliarono i cani poliziotto dopo aver fatto loro annusare degli indumenti del ragazzo ed essi incominciarono a percorrere varie strade dove presumibilmente egli era passato.

La mattina, domenica, mentre eravamo nel piazzale della chiesa si sentirono delle urla provenire dalla piazza: qualcuno gridava che era stata trovata la bambina. In effetti di lì a poco le forze dell'ordine si recarono in un anfratto vicino alla falegnameria, a due passi dalla piazza e trovarono il corpo senza vita della piccola.

Lo sgomento fu grande e tutti ci chiedemmo come fosse stato possibile che un fatto così grave fosse accaduto proprio lì, praticamente sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno si fosse accorto di niente.

Intanto i cani poliziotto continuavano a percorrere gli itinerari che aveva seguito l'assassino, fino a quando trovarono gli indumenti che erano stati nascosti  tra le rocce in mare vicino al ponte, dalla parte della spiaggia del minerale. A quel punto fu evidente a tutti che l'assassino, dopo aver ucciso la bambina, si recò al mare, si spogliò e tornò a casa all'imbrunire raccontando la storia della aggressione subita. 

In realtà con i ricordi di tante persone poi si riuscì a ricostruire tutti i movimenti del ragazzo dopo l'omicidio: egli ritornò alla barberia dove fece la barba a Franco Tinti che se la prese con lui perché gli tremava la mano e appariva nervoso, dopo andò al dopolavoro e si mise a giocare a biliardo ed infine, all'imbrunire, andò via e, presumibilmente, si recò al mare per spogliarsi ed inscenare la finta aggressione.

Rimanemmo molto scossi per tanti giorni ma poi piano piano la vita ritornò a scorrere normalmente.

 

 

continua