Questa sorta di apartheid era peraltro "normale" in miniera e tutti la vivevano, a me pare di ricordare, con tranquillità come se fosse una cosa mandata da Dio e perciò accettata come qualcosa di ineluttabile. Probabilmente però gli operai e i loro familiari soffrivano di questa situazione, perché pochissimo tempo fa (siamo nel 2000) un mio compagno di scuola delle elementari, in una discussione con Nietta per un problema relativo alla festa di S. Barbara che si stava organizzando, ed evidentemente a seguito della insistenza di Nietta per far valere la sua tesi, ebbe a ricordare a Nietta, appunto, che erano finiti i tempi delle "baracche alla spiaggia..............." Come a dire che non esistevano più i privilegi di una volta e che ora siamo tutti uguali e perciò con uguali diritti. Evidentemente in questa persona, e chissà in quante altre, bruciava ancora il ricordo della umiliazione che aveva sentito da ragazzo per essere il figlio di un operaio.
Nel tempo comunque questa situazione si affievolì, pur con il mantenimento delle regole di cui ho parlato che durarono fino alla chiusura della miniera avvenuta nel 1963. Sempre più spesso succedeva infatti che qualche impiegato giovane si sposasse con la figlia di un operaio, o che ragazzi compagni di scuola continuassero a frequentarsi anche al di fuori della scuola stessa e che quindi i rapporti tra le persone si basassero più sulle caratteristiche personali che sul loro "status" di impiegati o operai. Naturalmente tutto ciò era anche frutto dei tempi che cambiavano, della maggiore circolazione dei giornali, dell'avvento della televisione e della maggior cultura anche delle famiglie di operai in molte delle quali i figli andavano a studiare, soprattutto nei seminari, spinti dai preti che speravano di far aumentare le vocazioni. Una delle cose che ricordo, a riprova di questa diminuzione, nel tempo, degli effetti causati dalle differenze sociali, é che negli ultimi anni di vita della miniera mi capitava spesso di giocare a biliardo, al circolo, con il direttore della miniera , allora l'ing. Meloni, grandissima persona, il quale, quando perdeva, mi chiedeva, scherzando, se a Cagliari io andassi per studiare o per imparare a giocare a biliardo. Solo una decina di anni prima una cosa del genere sarebbe stata impensabile.
Un altro motivo che servì in parte a mitigare gli effetti delle divisioni di classe fu la costituzione della squadra di calcio che, sicuramente voluta dalla Società perché ci fosse qualcosa di aggregante per la popolazione e soprattutto qualcosa che potesse distogliere la gente, almeno per un po', dai problemi sociali di quegli anni attraverso l'effetto "Bartali" (nel 1948 la sua vittoria al Tour de France aveva evitato la guerra civile in Italia dopo l'attentato a Togliatti). Era pian piano diventata una bella realtà perché la squadra era fortissima, almeno in campo provinciale, scontrandosi e spesso vincendo con la stessa Torres che mirava a raggiungere dei risultati consoni alla importanza di capoluogo di provincia. Il motivo per cui la squadra fosse così forte era da ricercare nel fatto che la Società, quando chiamava i giocatori più forti di allora, dava loro anche il lavoro e quindi essi, oltre che giocare al calcio avevano anche l'esistenza assicurata da un lavoro che ritengo fosse abbastanza ben retribuito per quei tempi: alcuni di questi erano proprio giocatori della Torres che naturalmente non potevano rifiutare una proposta così allettante. Molti di essi rimasero poi all'Argentiera a lavorare anche dopo che la squadra fu sciolta. I loro nomi sono ancora molto noti tra le persone di miniera e tra i vecchi tifosi della Torres. Devo dire che talvolta la squadra viene citata da "la Nuova" quando racconta di eventi sportivi di quegli anni e nomina qualcuno dei giocatori famosi che avevano giocato nella squadra dell'Argentiera. Sig. Gabbi e Franceschino Senes, portieri, sig. Ulivieri, terzino maledetto, sig.Pischedda, un undici alla Gigi Riva, Bardanzellu, di Calangianus, un centravanti alla Boninsegna, Mario Alias, mi pare centromediano, Placchi anch'Egli credo un centrocampista( mi piacerebbe sapere se la sig.na Placchi attuale giocatrice della Torres femminile Campione d'Italia e della Nazionale sia per caso nipote del Placchi dell'Argentiera), Dongu, zio Piero Scudino, e poi tanti altri di cui non ricordo più i nomi, erano i giocatori più noti, ma naturalmente c'erano anche molti nomi dell'Argentiera, ossia di tanti che vivevano già da prima in miniera e che si erano improvvisati giocatori ma con risultati ottimi. Babbo era il segretario della squadra, mentre il presidente era il direttore della miniera, l'ing. Zera. Claudio era la mascotte.
L'altro sport che per qualche anno venne praticato fu il pugilato. Chi lo introdusse fu un pugile professionista di Portotorres, Mario Solinas, che era stato campione Italiano, forse dei pesi medi. Venne a combattere anche Salvatore Burruni, credo da dilettante, che doveva diventare poi campione del mondo dei pesi mosca. La palestra era in piazza, una costruzione di legno, che fu realizzata a fianco della chiesa provvisoria, pure in legno. I miei ricordi però non sono vividi per cui é possibile che la palestra prese il posto della chiesa quando fu realizzata quella definitiva, che é poi quella attuale, vicino alla villa amministratori. Quando si organizzavano le riunioni anche il ring veniva allestito in piazza.
Quegli anni della scuola elementare furono per me anni tutto sommato tranquilli anche se ricordo qualche episodio spiacevole come l'infortunio a Francesco Sara, che, mentre lavorava come elettricista, rimase fulminato dalla corrente elettrica all'interno della cabina di trasformazione che alimentava la Laveria. Questo ricordo é sempre rimasto in me molto vivo perché questa persona, molto amica della nostra famiglia, era molto simpatica, benvoluta da tutti e perché solo qualche giorno prima, in una scampagnata durata tutto il giorno alla "Banderetta", ci aveva fatto divertire tanto con le sue battute.
Anche la malattia di Babbo si manifestò in tale periodo e nell'occasione le famiglie che abitavano vicino a noi ci aiutarono a superare quel momento difficile che poi si risolse, per fortuna, in maniera positiva.
Dal punto di vista strettamente scolastico, gli episodi importanti furono due: in terza ed in quinta Elementare.
Il mio maestro di terza era un uomo abbastanza robusto, bravo di carattere ma probabilmente non altrettanto come insegnante. Allora in terza si doveva sostenere l'esame di fine anno per essere promossi alla quarta. Io ero molto indietro un po' in tutte le materie ma soprattutto in matematica. Mamma cercava di farmi fare degli esercizi ma assolutamente non riuscivo a fare progressi, tanto che signorina Iole, una delle tre maestre che abitavano nella casa a fianco, amica e futura comare di Mamma in quanto dopo qualche anno avrebbe battezzato Piero, sentenziò che non ero abbastanza intelligente, non come Nietta, comunque, e perciò le disse di mettersi l'animo in pace. Per fortuna(!) in un periodo successivo il maestro si ammalò e fu sostituito dalla moglie, che non era proprio maestra in quanto non aveva conseguito il diploma, ma che aveva frequentato quasi tutti gli anni della magistrali. Non so perché non mandarono un vero sostituto, forse non ne trovarono uno disponibile a venire all'Argentiera per poco tempo o forse non avvisarono nemmeno il provveditorato perché il periodo sarebbe stato breve. Il risultato fu, comunque, che mamma notò un miglioramento notevole in me durante la sostituzione e quindi ne dedusse che il problema non stava in me ma nell'insegnante. Decise allora di non presentarmi all'esame e di farmi ripetere l'anno, per avere due risultati: farmi fare la terza in grazia di Dio e lasciare quel maestro che altrimenti avrei avuto anche in quarta e in quinta. Il maestro capì il motivo per cui non mi presentai all'esame, si offese molto e non rivolse più la parola a Mamma. L'anno dopo frequentai la terza a Portotorres con il maestro Castellaccio e a scuola non ebbi più problemi nemmeno in quarta e quinta, nelle quali, una volta rientrato all'Argentiera, ebbi il maestro Zanini, anche lui molto bravo. D'altra parte anche come età ero a posto avendo iniziato a cinque anni.
La quinta fu importante perché mi doveva dare la preparazione per poter frequentare la scuola media.
In quei tempi alla fine delle elementari, in quinta, appunto, bisognava sostenere un esame finale, ma successivamente era necessario sostenere un altro esame per poter essere ammessi a frequentare la scuola media, il famoso e temuto "esame di ammissione". La mia preparazione fu curata da signorina Lina, sorella di signorina Iole, che probabilmente aveva più pazienza o forse era più brava in quel compito, e comunque non aveva dato giudizi, poi rivelatisi affrettati, su di me!!! Superai brillantemente l'esame di ammissione e i tre anni successivi di scuola media li feci a Portotorres; abitavo a casa di signora Paolina che Mamma aveva conosciuto, in quanto abitava di fronte a noi, nell'anno in cui io avevo frequentato la "seconda" terza elementare e Nietta la prima media. Signora Paolina era una donna di grandissime qualità: non aveva studiato, credo che a mala pena sapesse leggere e scrivere, ma aveva una grande bontà ed una saggezza che non ho mai più ritrovato in nessun'altra persona. Aveva la dote rarissima di non provare rancore per alcuno, era sempre pronta ad aiutare chi aveva bisogno, a comprendere e perdonare anche le persone che talvolta le facevano del male o non le davano una mano quando era lei ad avere bisogno .
Mamma fu aiutata molto da Signora Paolina: era in cinta di Piero e credo che avesse avuto una gravidanza un po' difficile; inoltre ebbe difficoltà ad inserirsi e vivere in un paese un po' scorbutico come Portotorres con persone piene d'invidia e di pregiudizi, anche perché stava tutta la settimana da sola; Babbo veniva soltanto al sabato e ripartiva poi la domenica sera. L'amicizia che si creò fu davvero forte e tale rimase per sempre. Ancora oggi con i figli di signora Paolina abbiamo un rapporto fraterno in quanto a casa sua, nel periodo delle scuole medie, ero considerato da tutti un altro figlio.
Furono anni
bellissimi anche perché diventando più grandi cominciavamo ad apprezzare le
persone che ci circondavano.
Uno di questi era Nonno Ruggiu. Era il capo dell'officina falegnami, quindi
falegname egli stesso, di grande cultura che poteva sostenere qualunque
discussione su qualunque argomento. Era molto apprezzato da tutti, gli piacevano
molto le opere liriche, le poesie sarde che comprendeva benissimo e per le quali
sbavava, tanto che Zietta e Zia Antonietta quando nelle feste andava a sentire i
poeti sardi, gli dicevano di portarsi il lavamani appunto per raccogliere la
bava.
Noi pendevamo dalle sue labbra perché ci raccontava un mucchio di storie per le
quali attingeva sia dalle fiabe che conosceva sia dalla sua vita che era stata
piena di avventure. Erano fantastici i racconti di quando era finanziere al
confine con la Svizzera, credo durante la prima guerra mondiale, dal momento che
era nato nel 1890, con storie di contrabbandieri, di briccolle, di paura nelle
notti fredde d'inverno, di guardia ai passi alpini, di spari nella notte, di un
asino ucciso a fucilate perché il rumore della sua andatura sembrava uguale ai
passi di un contrabbandiere che non si era fermato all'altolà.
Quando ci raccontava le sue storie noi non ci stancavamo mai di ascoltarlo e quando
era lui a stancarsi allora introduceva nel racconto il passaggio di un gregge di
pecore che però non finiva mai e perciò ci diceva che il racconto sarebbe
continuato in un altro giorno una volta passate tutte le pecore.
Era amante dei gialli e dei processi per omicidio che avevano scosso l'opinione
pubblica e che venivano raccontati sui giornali, così come delle arringhe
degli avvocati che di volta in volta criticava a seconda del suo schieramento
tra gli innocentisti o tra i colpevolisti.
Aveva naturalmente anche dei difetti che erano principalmente quello del bere e
quello di sperperare i soldi. Noi ovviamente non ci rendevamo conto di questi
difetti prima perché eravamo piccoli e poi, quando, diventati più
grandi, Lui aveva diminuito la sua aggressività, non beveva più
tanto (noi non l'abbiamo mai visto ubriaco) e non aveva più soldi da sperperare
dopo che lo aveva fatto con tutte le proprietà di Nonna Ruggiu.
Dei suoi amici dell'Argentiera citava spesso il sig. Serpillo che doveva essere
un uomo in gamba, visto che era amico suo. Questi é risultato essere poi il
nonno del mio insegnante d'inglese all'università, il quale da piccolo veniva
all'Argentiera appunto a trovare suo nonno.
Riguardo il suo lavoro andava fiero del periodo in cui aveva lavorato per
il più famoso costruttore di mobili di Sassari che era Clemente, perché
lavorare da Clemente significava essere dei bravissimi falegnami; tra i tanti
racconti di quel periodo mi ricordo quello relativo alla costruzione di una
culla che la città di Sassari aveva donato credo al Re D'Italia per la nascita
del figlio: era un capolavoro!
Andava anche fiero di una invenzione che aveva fatto in miniera quando era
riuscito a realizzare una applicazione per la pialla che consentisse di
costruire dei settori circolari di legno che dovevano avere delle scanalature
lungo le quali, una volta ricoperti di una tela robusta doveva passare aria
compressa . Ciò avvenne credo durante la guerra in quanto non fu possibile
approvvigionarsi di tali settori dalle ditte continentali che prima le
fornivano.
Credo che in quella occasione la Società gli avesse dato un premio speciale per
la bravura dimostrata .
Nel periodo delle scuole medie ci trasferimmo nella "casa di giù", ossia in un'abitazione più grande, prima occupata dalla famiglia di un impiegato che era stato licenziato. Il Direttore ci aveva dato questa casa in quanto nel frattempo i figli eravamo diventati cinque e la casa di "cantina" era diventata troppo piccola. Eravamo praticamente in piazza e questo significava anche una maggiore considerazione da parte degli altri. Inoltre avevamo un po' tutto a portata di mano, ad eccezione della cantina che risultava ora un po' lontana.
Noi stavamo diventando grandi e tante cose incominciavano a cambiare. Quasi tutti gli amici eravamo fuori a studiare e quindi ci vedevamo di meno; con alcuni ciò accadeva praticamente solo in estate. Io studiavo a Portotorres e rientravo il fine settimana utilizzando un pullman che partiva da Sorso, passava a Portotorres e proseguiva per Alghero percorrendo la strada dei due mari. All'incrocio di Juanne Abbas c'era la coincidenza con il pullman per l'Argentiera, proveniente da Sassari. Il lunedì mattina invece non c'era tale possibilità ed allora il più delle volte Babbo mi procurava un passaggio sui camion della società che trasportavano il minerale al porto di Portotorres per l'imbarco sulle navi che dovevano poi trasferirlo alle fonderie del continente.
Già perché in quegli anni la tecnologia avanzava e quindi cambiavano sia i metodi di estrazione del minerale, sia quelli relativi al suo trasporto una volta pronto.
I minerali presenti
nel sottosuolo dell'Argentiera erano piombo, zinco e galena argentifera.
Esistevano due pozzi principali: Pozzo Podestà e pozzo Alda. Il primo era
vicino alla cantina, mentre il secondo era a La Plata.
Il Pozzo era proprio un pozzo che scendeva fino a profondità di centinaia
di metri dal quale si dipartivano, a vari livelli, diverse gallerie nelle quali
si effettuava l'estrazione del minerale. Anche molte di queste gallerie erano
collegate tra di loro, pur se a differenti livelli, attraverso altri pozzi di
diametro molto più piccolo di quello principale che si chiamavano infatti
fornelli. Scorrevano lungo il pozzo principale due montacarichi( penso fossero
due anche se io ne vedevo uno solo, in modo che uno facesse da contrappeso
all'altro) che servivano sia per il trasporto del personale, sia per il
trasporto dei vagoncini che gli operai riempivano di minerale nelle gallerie. La
miniera rimaneva in attività 24 ore su 24 ad eccezione della domenica che era
il giorno di riposo per tutti. C'erano perciò tre turni di otto ore ciascuno che
iniziavano rispettivamente alle 00, alle 8 e alle 16 di ogni giorno; il cambio
del turno si chiamava "sciolta".
Una volta in superficie, i vagoncini pieni di minerale ancora in forma di pietre
venivano spinti o tirati dai muli, fino alla Laveria.
La Laveria era per me una cosa misteriosa e per questo affascinante: era una
specie di laboratorio che trasformava ciò che era stato estratto dal
sottosuolo.
Quando arrivavano alla Laveria, i vagoncini venivano ribaltati e tutto il
minerale scendeva in alcune tramogge a forma di tronco di piramide, con la punta
in giù, collegate ad un primo frantoio dove veniva iniziata la fase di
frantumazione delle pietre. Questo primo frantoio credo fosse a ganasce. mentre
il secondo era a sfere. Non ricordo se ci fosse un terzo frantoio, ma il
risultato finale della frantumazione era una polvere finissima, composta dai tre
minerali e da materiale sterile, che attraverso dei nastri trasportatori, veniva
scaricata nelle vasche di flottazione, ossia in vasche piene di acqua e altre
sostanze. Veniva prodotta una schiuma che rimaneva in superficie e veniva
raschiata da palette rotanti che la spingevano su altri nastri trasportatori.
nel percorso su tali nastri la schiuma si asciugava e rimaneva il minerale. Da
grande capii che in qualche modo veniva sfruttato il diverso peso specifico dei
tre tipi di minerale perché essi potessero essere separati. Esistevano infatti
tre serie di vasche, una per ogni tipo di minerale e tre nastri trasportatori
diversi che convergevano tutti nella parte bassa della Laveria dove venivano
utilizzati quei settori circolari che costruiva Nonno. Il minerale ormai
lavorato veniva raccolto con dei vagoncini e immagazzinato all'interno di
appositi spazi in attesa di essere poi trasportato in continente, mentre lo
sterile veniva trascinato in mare con l'acqua di lavaggio del minerale stesso.
Mi pare che l'aspetto più evidente dell'avanzata della tecnologia fosse proprio il diverso metodo di trasporto del minerale in continente. Fino al termine della guerra e ancora qualche anno dopo esso veniva trasportato con i vagoncini fino al ponte costruito alla spiaggia e sistemato su barconi che lo portavano fino a dei bastimenti che si fermavano un po' al largo, nella baia. Non entravano mai all'interno della baia perché se il mare si fosse improvvisamente agitato sarebbero stati sbattuti sugli scogli come dei fuscelli, cosa che alcune volte era successa. La cosa stupefacente, almeno per me, era però un grandissimo carrello che veniva fatto scorrere su rotaie e posizionato sul ponte. Era su questo che scorrevano i vagoncini pieni di minerale che ad un certo punto venivano ribaltati ed il minerale finiva nei barconi. Era formato da due piani e quello superiore era allo stesso livello di due archi di circonferenza del ponte contrapposti nella parte concava su ognuno dei quali c'erano le rotaie più piccole sulle quali scorrevano i vagoncini; quello di destra(guardando il mare) era per il percorso di andata dei vagoni pieni e quello di sinistra per il ritorno dei vagoni vuoti. Lo scaricamento del minerale nei barconi avveniva attraverso delle tramogge ruotanti anch'esse montate sul carrello.
Dopo questo periodo
incominciarono a vedersi dei camion e quindi il minerale veniva prima caricato
sui camion che lo trasportavano fino al porto di Portotorres, scaricato sulla
banchina e poi da lì preso e stivato con le gru nelle navi.
Questo nuovo metodo era più semplice ed economico ma
sicuramente meno curioso e, se vogliamo, meno romantico.
La "casa di giù" era proprio di fronte alla Laveria. Credo che dalle finestre di casa e le pareti della Laveria non ci fossero più di venti metri. E' inimmaginabile il rumore che c'era con i frantoi e con tutti i motori che funzionavano giorno e notte. Noi però quasi non ci rendevamo conto di questo, anzi paradossalmente avevamo un senso di fastidio alla domenica quando gli impianti erano fermi. Senza il rumore ci sembrava di essere in una situazione irreale!!
Anche da un punto di vista pratico questa casa era migliore dell'altra perché risultava al centro della miniera; la vita sociale si svolgeva in piazza, sia nelle sere dei giorni feriali, sia alla domenica quando dopo la Messa, la mattina, tutti passeggiavano con i vestiti del giorno di festa. Il circolo era lì a portata di mano e perciò noi stavamo quasi sempre lì. C'era il bigliardo, il ping pong, una sala con dei tavolini dove si giocava a carte e dove più tardi fu installato il televisore, e naturalmente il bar . L'atmosfera era sempre molto bella, c'era sempre tanta allegria: i Grandi commentavano i fatti del giorno sia locali che nazionali o regionali, ma spesso anche i risultati di memorabili partite a bigliardo (all'italiana o a boccette) o a carte (di solito scopone scientifico). La posta in palio per queste partite era di solito un caffè o una bibita o più spesso un cioccolatino che il vincitore portava alla moglie o ai figli. Una volta Babbo, dopo aver vinto una partita a boccette, diede il cioccolatino che aveva vinto a sig. Col perché lo portasse a Fufolina. Un nostro amico maestro elementare di Portotorres (nipote di signora Paolina) che insegnava all'Argentiera, presente alla partita, si meravigliò che Babbo donasse il cioccolatino ad un cane! Solo più tardi venne a sapere che Fufolina era la figlia di sig. Col!!
In estate il tavolo da ping pong veniva portato all'esterno in un giardinetto prospiciente il circolo e lì le partite erano memorabili. Qualche volta si tentava di organizzare qualche ballo ma la cosa suscitava sempre qualche perplessità da parte dei Grandi.
Memorabili erano anche le feste di capodanno che venivano organizzate al circolo; naturalmente la prima nostra partecipazione a tale festa significava il nostro ingresso in società e quindi il riconoscimento ufficiale del fatto che non eravamo più bambini.
Ricordo quando portarono il primo televisore quanta emozione suscitò in tutti! per le trasmissioni più importanti ci riunivamo nella sala e i commenti erano veramente i più coloriti che si potessero sentire. Diciamo che spesso dire che vedevamo la televisione era un eufemismo perché in realtà si vedeva pochissimo in quanto non c'erano ripetitori vicini alla miniera e perciò spesso vedevamo delle ombre, ma già quella era una conquista. Paradossalmente si vedeva meglio quando c'era brutto tempo: probabilmente perché in quelle condizioni l'aria era meno ionizzata e il segnale, seppure debole, poteva arrivare senza distorsioni.
Ci avvicinavamo agli anni sessanta, la musica che irrompeva era il rock di Elvis Presley o di Little Richard, ma anche quello di Pat Boone che con il suo "Love Letters in the Sand" ci faceva morire di malinconia. Poi ancora Paul Anka con "Diana" e Neil Sedaka con "Oh Carol". Io studiavo a Cagliari, all'Industriale, e rientravo a casa solo a Natale, a Pasqua, e ovviamente in estate, alla fine delle scuole.
L'estate rappresentava il periodo più bello in assoluto. Naturalmente la vita era spensierata dato che, da ragazzi, le preoccupazioni erano tutte dei nostri genitori. Farci studiare significava per Babbo e Mamma grandi sacrifici economici, perché io stavo a Cagliari a pensione (per un anno anche Claudio che poi si ammalò alle gambe e perciò rimase a casa), e Nietta era a La Maddalena in collegio. Lo stipendio era solo quello di Babbo, ma con la testardaggine di Mamma e facendo veramente i salti mortali, erano riusciti a fare in modo che potessimo studiare. Noi sapevamo questo ma Loro non lo facevano pesare mai per cui la vita a casa era sempre molto serena.
La mattina eravamo sempre al mare con la spiaggia a nostra disposizione. Allora non veniva nessuno da fuori perché coloro che possedevano l'automobile erano pochissimi e per gli altri era più pratico andare ad Alghero o a Platamona. ovviamente non ci sembrava vero avere il mare tutto per noi ed inoltre vedevamo quelli di fuori come degli intrusi che volessero portarci via qualcosa di nostra proprietà. Ancora oggi d'altra parte quando vado all'Argentiera e vedo tanta gente "di fuori" che sembra padrona del posto mi infastidisco un po', soprattutto quando li sento parlare dei posti tipici come se fosse qualcosa che appartiene a loro, mentre ciò assolutamente non è vero. Talvolta mi è capitato di incontrare qualche conoscente che vedendomi all'Argentiera mi ha chiesto: "Anche tu qui?"!!!!!!!
La compagnia era molto bella ed eravamo quasi sempre gli stessi; da un anno all'altro potevano cambiare degli amici che venivano a trovare qualcuno di noi oppure i figli del direttore della miniera la quale era la figura che, rispetto agli altri, cambiava più spesso. Così per tanti anni ci furono Gianni e Claudia Boschetti e poi venne Barbara Balbusso.
C'erano poi gli Ottelli che venivano solo d'estate perché abitavano ad Iglesias anche se il loro padre lavorava in miniera come caposervizio "esterno" e probabilmente in inverno rimaneva da solo o forse con la moglie e la figlia Annamaria. Erano quelli che portavano sempre le novità e ci sembravano strani perché diversi da noi come mentalità ma soprattutto come parlata che era logicamente campidanese e che ci faceva ridere con il "là, tocca!"
Li chiamavamo "gli Ottelli" perchè erano tanti fratelli, anche se poi quelli che stavano con noi erano tre: Cicci, Luciano e Sergio. Della cordata campidanese faceva parte anche un altro Luciano, il nipote di sig. Villaminar, che era della mia stessa età e che era molto mio amico.
L'anno della influenza denominata "asiatica" Luciano(Villaminar) si ammalò nel mese di settembre e mamma mi mandò da lui per fargli compagnia e per far sì che io venissi contagiato e potessi avere l'influenza stando a casa. Le scuole iniziavano il primo di ottobre e forse c'era tutto il tempo; invece io non mi ammalai finché fui a casa ma appena arrivai a Cagliari.