Malgrado questo episodio increscioso(!) i rapporti con
zia Speranzica e mastro Eligio rimasero buoni.
Devo dire , per la verità, che avevamo buoni rapporti con tutti
anche perché le persone che ci vivevano accanto erano tutte
buonissime.
Ero sempre di corsa, io non camminavo, correvo: era la
mia passione, sia quando facevo "la moto", sia quando
facevo le gare, che vincevo regolarmente; era anche qualcosa di
utile perché quando qualche bambino più grande mi voleva
picchiare, io avevo sempre la mia arma segreta che era fuggire,
sapendo che l'aggressore difficilmente mi avrebbe raggiunto! però
anche qualche problema l'ho avuto, come quella volta che mi sono
"abbracciato" alla vespa di Mario Pala, mentre uscivo a
tutta velocità dalla stradina di casa e lui percorreva la strada
di fronte alla cantina in direzione di miniera vecchia. Mario
Pala era l'infermiere dell'Argentiera che tutti i giorni faceva
il giro degli ammalati che avevano bisogno di qualche iniezione o
di qualche medicazione e che non potevano recarsi in infermeria.
Già perché una miniera è uno stabilimento industriale, in
questo caso lontano ben 40 chilometri dal più vicino ospedale, e
quindi necessitava di un presidio sanitario con la presenza di un
medico e di almeno un infermiere. Anche il medico faceva tutti i
giorni il giro degli ammalati che erano costretti a letto per
seguire il decorso della malattia. Il dottor Serra, così si
chiamava il dottore che ho conosciuto io, era l'unico oltre al
direttore della miniera a possedere un'automobile; era molto
simpatico, abbastanza alto e magro come uno stecco, bravissimo
pianista, che stava tutto il giorno lucidandosi la macchina dopo
che aveva finito il giro delle visite.
Nell'incidente con la vespa di Mario Pala in realtà
non mi feci nemmeno un graffio, solo un po' di spavento per cui
me ne tornai a casa senza dire niente a mamma; dopo un po' arrivò
Mario Pala a chiedere come stavo e mamma cadde dalle nuvole perché
non ne sapeva niente!
L'altra volta che ebbi dei problemi a causa delle mie corse fu
quando, andando da zio Pazzola, un fruttivendolo sennorese che
aveva il negozio dopo la Laveria, percorrendo la piazza
velocissimo mi attraversò la strada una muta di cani, saranno
stati una quindicina; io ci finii in mezzo cadendo rovinosamente
a terra, mi sfasciai un ginocchio e perciò, dolorante e pieno di
sangue, me ne tornai a casa senza nemmeno arrivare al negozio.
Di
fronte a zio Pazzola c'era la macelleria di Dedola nella quale si
faceva anche il ghiaccio : era sempre una cosa curiosa vedere
questi grandi pani di ghiaccio che si formavano in modo per me
misterioso; nessuno sapeva mai spiegarmi come diavolo venissero
fuori dall'acqua!
Si scendeva in piazza anche per andare a comprare il latte alla
latteria di zia Dassu: anche lì bisognava fare la fila e spesso
succedevano delle zuffe perché qualcuno non rispettava il suo turno. Una volta, mentre con Claudio
ritornavamo a casa dopo aver comprato il latte, ci fermammo nel
piazzale vicino a pozzo Podestà e ci mettemmo a giocare con i
carrelli che venivano usati per trasportare il minerale dal pozzo
alla Laveria; questi carrelli correvano su dei binari, noi
cercavamo di spingerne uno ma siccome era pesante non ci
riuscivamo; allora io feci forza sulle ruote e quando il carrello
si mosse una delle ruote mi passò sopra le dita delle mani,
schiacciandomele. La cosa strana fu che praticamente mi trasudò
il sangue dalle dita senza che ci fossero delle ferite. Quando
arrivammo a casa Mamma si spaventò e io per paura di essere
picchiato, perché ci avevano sempre detto di non giocare con i
carrelli, raccontai che mi ero sbattuto al carrello mentre
correvo.
La piazza era il punto di aggregazione per tutta la miniera: c'erano gli uffici della direzione, l'ufficio postale, la caserma delle guardie di finanza, il dopolavoro operai e il circolo impiegati.
Era anche il punto di arrivo della corriera(mi piace chiamarla così, come la chiamavamo noi, e non pullman o autobus che sanno molto di città).
Per
andare a Sassari esisteva solo una corsa: si partiva la mattina alle cinque e
mezza, per arrivare dopo due ore e 42 chilometri di strada bianca tutta a fossi.
Il viaggio sembrava molto simile a quelli delle diligenze dei film western
perché oltre al fatto che la corriera si fermava in qualunque punto della
strada dove ci fosse una persona che aspettava, quando si arrivava all'Emiciclo
ognuno di noi era bianco dalla polvere, stanco e con la bocca secca per
cui la prima cosa che faceva era entrare al bar per bere qualcosa.
Il
viaggio di ritorno iniziava all'Emiciclo alle tre e mezza del
pomeriggio e terminava in piazza alle cinque e mezza. L'arrivo della corriera era
sempre un avvenimento e perciò a quell'ora c'era sempre un capannello di
persone che si trovavano li, chi per aspettare un familiare, chi per curiosare e
se del caso poi spettegolare e recare notizie fresche a casa sulle novità
portate dalle persone che arrivavano dalla città. Proprio come nel vecchio west
quando arrivava la diligenza. Infatti c'era anche una serie di invii da e per
Sassari di buste, pacchi e pacchetti che venivano affidati all'autista o al
fattorino per essere consegnati poi a qualche parente che aspettava o
all'Emiciclo o in piazza.
Le valigie e i bagagli più grandi venivano messi
sull'imperiale(il tetto del pullman) al quale si accedeva salendo su una scala a
pioli attaccata alla parte posteriore della corriera. Ogni tanto qualche
bagaglio volava per strada, quando non era stato fissato bene ed allora
bisognava fermarsi per raccoglierlo. Proprio come nelle diligenze!
Non era possibile andare e tornare in giornata partendo da Sassari. Chi arrivava
all'Argentiera in corriera doveva per forza pernottare lì.
Quando stavamo in "cantina", in piazza non andavamo spesso, se non per qualche motivo specifico, perché preferivamo giocare vicino a casa. Soltanto Babbo, terminato il lavoro, andava lì soprattutto per recarsi al circolo impiegati.
Già, perché per nostra fortuna(!) Babbo era un impiegato!
La suddivisione in classi sociali era molto marcata in miniera: C'era il Direttore, il vice direttore, gli impiegati, suddivisi in tecnici ed amministrativi ( i tecnici erano leggermente più importanti ) e gli operai. C'erano poi il Parroco, il comandante delle guardie di finanza, il medico, che pur non facendo parte della scala gerarchica della miniera erano ovviamente delle persone importanti e quindi assimilabili agli impiegati.
Che questa suddivisione esistesse era normale, come d'altra parte lo è oggi, perché in definitiva essa scaturisce dalle differenti mansioni che uno ha, ma a quei tempi e in un luogo chiuso come era la miniera, queste differenze significavano l'applicazione di una sorta di apartheid: il circolo impiegati, dove si andava per bere qualcosa nel bar interno, giocare al biliardo o a ping pong, giocare a carte, chiacchierare con i colleghi, guardare la televisione ( quando arrivò il tempo della televisione ), era riservato agli impiegati e ai loro familiari: gli operai non potevano entrarci e nemmeno i loro familiari, a meno che non fossero accompagnati da un impiegato, cosa che peraltro succedeva molto raramente. Una volta mi capitò di portare il figlio di un operaio per giocare al biliardo e il giorno dopo Babbo venne richiamato dal Direttore affinché una cosa del genere non si ripetesse!
Gli operai avevano il dopolavoro che essi utilizzavano per fare praticamente le stesse cose, solo che lì gli impiegati potevano entrare senza che nessuno avesse il diritto di protestare. Gli impiegati comunque raramente andavano lì perché l'ambiente non era certo dei migliori. Rimane il fatto che gli impiegati avevano il diritto di entrare al dopolavoro ma gli operai non avevano ugual diritto di entrare al circolo.
Anche
in "cantina", quando si mettevano uno sopra all'altro i libretti per
rispettare l'ordine di arrivo ( un po' come si fa alla USL di via Zanfarino con le
ricette ), c'erano due file di libretti: quella degli impiegati e quella degli
operai. Ma la cosa più incredibile ( oggi! ) é che anche in spiaggia esisteva
tale distinzione. All'inizio del periodo estivo, infatti, la Società faceva
piazzare sulla sabbia delle strutture in legno con la copertura di canne per
creare una zona di ombra abbastanza ampia dal momento che allora non esistevano
gli ombrelloni o comunque lì non c'erano. Naturalmente le strutture erano due:
una per gli impiegati ed una per gli operai, e, altrettanto naturalmente, in
quella degli impiegati non potevano stare gli operai mentre in quella degli
operai potevano andarci benissimo anche gli impiegati!!
Succedeva perciò che se io dovevo giocare con il figlio di un operaio, che
magari era un mio compagno di scuola, mi dovevo spostare nella struttura degli
operai: il contrario non era consentito. Talvolta poteva anche succedere, ma per
non creare problemi doveva essere un episodio casuale ed isolato.