LA MIA ARGENTIERA

 

Non è mai facile raccontare la storia di un paese, perché essa è l'insieme di fatti e di comportamenti, è  l'unione di fatti che generano comportamenti e di comportamenti che generano fatti. E spesso è difficile distinguere gli uni dagli altri. I ricordi poi si accavallano nella mente e si fa fatica a rimetterli in ordine cronologico. La mia struttura mentale, inoltre, è tale per cui rimuovo molto del mio passato. Ci sono persone che ricordano perfettamente i primissimi anni di scuola, mentre io non ricordo nulla. E' vero che il primo anno lo feci da auditore, ossia da privatista; avevo cinque anni e non potendo perciò frequentare la regolare prima elementare, dovevo andare a lezione privata e poi fare l'esame per superare il primo anno e poter essere iscritto regolarmente al secondo anno all'età di sei anni. Dato che sono nato nel 1943, quando ero auditore correva l'anno 1948/49: Quanto tempo fa! Non c'erano difficoltà perché facessi le lezioni private dal momento che abitavamo di fianco alla signora Noce le cui tre figlie erano maestre ed insegnavano nella nostra scuola. Non ricordo quale di loro mi fece lezione o se addirittura io frequentassi ugualmente le lezioni a scuola, in forma, diciamo, ufficiosa. Abitavamo sopra la Cantina: noi, la famiglia Noce appunto e dall'altra parte la famiglia Zannin, la famiglia Ceraulo, e, poco più in là, zia Speranzica e mastro Eligio. 

 Il mio paese era una miniera. Una miniera non ha niente a che vedere con un paese: é una comunità nella quale la gente proviene da tanti posti diversi, quindi  cosmopolita; la struttura di una miniera è diversa da quella di un paese: le case sono differenti e disseminate un po' qua e un po' là senza uno sviluppo logico che possa portare alla formazione di strade regolari e di piazze come appunto succede in un paese. La caratteristica cosmopolita significava anche che non esisteva un dialetto unico per tutti, la lingua comune era l'italiano. C'erano infatti persone di Sassari, di Alghero, di Sorso, di Portotorres, del Nuorese, del Cagliaritano, e poi c'erano veneti, toscani, siciliani, milanesi; ogni tanto circolavano anche francesi e belgi. La Cantina era l'unico negozio dove si potevano acquistare i generi alimentari, frutta e verdura e, in un secondo tempo, anche scarpe e vestiario( solo dopo qualche anno fu concesso a dei privati di  gestire un negozio di frutta e verdura e una macelleria ). Era gestita dalla Società proprietaria della miniera e al momento dell'acquisto delle merci non si pagava: ogni famiglia aveva un "libretto" nel quale veniva segnato dagli addetti, dipendenti della Società, tutto ciò che si acquistava. Alla fine del mese venivano effettuati i conteggi e l'importo che ne scaturiva veniva trattenuto dalle buste paga dei titolari dei libretti. Naturalmente c'erano spesso delle contestazioni da parte di coloro che nutrivano scarsa fiducia sulla serietà degli addetti alla cantina e talvolta succedeva alle famiglie più numerose o a quelle più spendaccione di superare la paga mensile e perciò di andare "di sotto" come si usava dire.

Per noi bambini andare a fare la spesa era il più delle volte una rottura di scatole perché bisognava fare la fila, ma talvolta era anche un divertimento perché si sentivano un mucchio di storie e di pettegolezzi. Lo spiazzo davanti alla cantina era il posto dove noi giocavamo ai vari giochi di quel tempo: al pallone, con il cerchio, alle cinque pietre, con i carretti costruiti dai bambini più grandi che non capivo mai come facessero a procurarsi i cuscinetti a sfera che mi attiravano tanto. Il gioco che mi emozionava di più era quello dei bottoni, che normalmente giocavamo davanti a scuola perché lì non passavano automezzi e quindi potevamo stare inchinati senza preoccuparci di ciò che accadeva intorno; Ninuccio era sicuramente il più bravo, quello che possedeva più bottoni in assoluto e quello che aveva i bottoni più rari, cosa per cui era invidiato da quasi tutti noi; consisteva nel riuscire a spingere il proprio bottone con le dita fino a farlo cadere all'interno di una buca chiamata "garicio": colui che riusciva in questo intento prima degli altri partecipanti vinceva tutti i bottoni in gara. Era insomma una specie di golf dei "molto" poveri!

Davanti alla Cantina la Società faceva accatastare talvolta i tronchi di legno che servivano poi per armare le gallerie e queste cataste erano il luogo ideale per giocare a nascondino, soprattutto nelle calde notti d'estate, quando i grandi si radunavano per chiacchierare e ascoltare  storie incredibili raccontate il più delle volte da sig. Ceraulo.

Nelle sere d'inverno invece una delle cose che ci dava più emozione era andare a "rubare legna" ossia andare a raccogliere i pezzi di tronchi marci che erano stati tolti dalle gallerie ed utilizzarli nel caminetto di casa. L'emozione nasceva dal fatto che ci dicevano che era proibito prenderli e che se ci avessero trovato le guardie giurate sarebbero stati guai grossi! Non ho mai saputo se ciò fosse vero o se fosse una invenzione dei "grandi" per divertirsi nel vederci preoccupati dopo che eravamo riusciti a rubarne qualche pezzo. I tronchi bruciavano bene anche perché erano intrisi di sostanze velenose necessarie per evitare che fossero attaccati dai tarli quando venivano usati come "quadri". Il legname infatti serviva principalmente ad armare le gallerie, ossia a realizzare un arco (quadro) in legno che reggesse la volta della galleria stessa e ne impedisse il crollo sopra gli operai che lavoravano. C'erano perciò delle vasche piene di tali veleni nelle quali venivano immersi i tronchi prima della loro utilizzazione e noi non potevamo nemmeno avvicinarci a tali vasche data la loro pericolosità.

Del periodo in cui siamo stati "in cantina" i riferimenti principali erano l'ufficio di Babbo, il compressore e zia Speranzica con il figlio mastro Eligio: l'ufficio di Babbo era chiamato Ufficio Cottimi, perché lì si svolgeva il lavoro di conteggio delle ore lavorate dagli operai e delle quantità di minerale estratto da ognuno di loro: si chiamava cosi perché il lavoro era a cottimo, cioè più uno estraeva minerale nelle otto ore di lavoro e più era pagato; era l'applicazione del metodo Bedau (un Francese o Belga che aveva inventato questo modo di lavorare per far rendere di più gli operai). L'ufficio di Babbo è per me associato al ciclismo, perché durante il Giro d'Italia o il Tour de France ogni giorno ascoltavo alla radio l'arrivo della tappa e poi andavo da Lui per fare il resoconto, snocciolando l'ordine di arrivo con i minuti di distacco (allora l'unità di misura dei distacchi era sicuramente il minuto e non il secondo come oggi!), la classifica generale aggiornata e gli episodi più significativi accaduti nella tappa. Non entravo però nell'ufficio, mi fermavo vicino ad una piccola finestra che risultava molto bassa rispetto al terreno tanto che quasi mi dovevo coricare in terra per parlare con Babbo. Tutto ciò avveniva puntualmente ogni pomeriggio e questo incarico mi serviva per evitare di coricarmi dopo pranzo, cosa che odiavo sopra ogni altra. A casa di nonna questa mia idiosincrasia era motivo di scontro con zia Antonietta che voleva sempre che mi coricassi perché bisognava riposarsi o perché c'era la "mamma del sole" che mi avrebbe creato non so quali brutte cose! In realtà lei non voleva fastidi quando poi si sarebbe coricata, ma soprattutto non voleva che io passassi in continuazione in cucina e nel soggiorno mentre lavava in terra, cosa per la quale, mi dicono anche oggi, avevo proprio un talento naturale!

Andare da Babbo per il resoconto della tappa, significava dimostrare a me stesso molto coraggio dal momento che l'ufficio risultava alle spalle del temutissimo compressore. Serviva ad inviare aria compressa all'interno della miniera per fornire una giusta areazione agli operai che vi lavoravano (in seguito l'aria compressa servì anche per automatizzare alcune operazioni di scarico dei vagoni pieni di minerale che arrivavano dal pozzo). Aveva un grandissimo volano, penso almeno due metri di diametro, che già incuteva un po' di paura, ma la cosa che temevamo molto era il momento in cui veniva scaricata l'aria in eccesso perché il rumore che faceva era fortissimo, come quello di una bomba, anche se non c'era alcun pericolo. Quando si passava di fronte percorrendo la curva, detta appunto del compressore, nel momento in cui l'addetto scaricava improvvisamente l'aria lo spavento era grandissimo e, quando succedeva a me, mi mettevo a correre impazzito e mi ritrovavo in cantina senza nemmeno rendermene conto. La cosa incredibile era la fase di avvicinamento alla curva  piena di ansia crescente mano a mano che mi avvicinavo, che faceva sì che io, ad un certo punto, effettuassi uno scatto da centometrista per superare il punto critico nel più breve tempo possibile; in definitiva la curva del compressore la percorrevo sempre di corsa, ad eccezione della domenica e dei giorni di festa nei quali in miniera non si lavorava e perciò il compressore era spento.
Credo che il momento in cui veniva scaricata l'aria fosse casuale o quantomeno dipendente da ragioni tecniche ma certamente qualcuno degli addetti talvolta lo faceva apposta, per divertirsi a osservare qualche persona che, spaventata,  reagiva in modo curioso. Una delle persone soggette a questo scherzo era sicuramente zia Speranzica: viveva in una casupola posta in
un piccolo promontorio sopra la curva del compressore e quindi di fronte al compressore stesso, con il figlio mastro Eligio, un fabbro che lavorava nell'officina meccanica che c'era a pozzo Podestà. Erano persone che non facevano niente di male ma stavano sempre bisticciando a voce alta e se ne dicevano di tutti i colori, rigorosamente in dialetto portotorrese quando erano sobri e in italiano quando erano ubriachi. Zia Speranzica spettegolava un po' di tutti soprattutto di quelli che la trattavano male e la prendevano in giro, ma devo dire che la nostra famiglia era da lei considerata una famiglia per bene perché non la offendevamo mai e perché quando la incontravamo salutavamo sempre in maniera educata: <<buon giorno zia Speranzica>>, e questo le faceva piacere. Io ero convinto che mastro Eligio fosse il marito di zia Speranzica; che fosse il figlio e non il marito lo scoprii abbastanza tardi, anche se li conoscevo da quando ero nato. Quando avrò avuto sei o sette anni, un giorno, ero in cantina nel reparto di frutta e verdura nel quale si trovava anche mastro Eligio che comprò tre carciofi: erano i primi della stagione e perciò qualcosa di raro e costoso; vedendo che io stavo per andare via mi disse: "vai e porta questi tre carciofi a mamma". Io andai a casa e dissi a mia madre che mastro Eligio mi aveva dato quei tre carciofi per lei; mamma si meravigliò un po' di tanta gentilezza ma poi non ci pensò più. Verso mezzo giorno venne a casa zia Speranzica a chiedere che fine avessero fatto i suoi carciofi, cioè quelli che, diceva, mastro Eligio mi aveva dato da portare a lei. Non ricordo se almeno uno lo avessimo già mangiato, fatto sta che dopo una lunga discussione tra me, mia madre e zia Speranzica scoprii che mastro Eligio era il figlio e non il marito di zia Speranzica e che perciò i carciofi erano per sua madre e non per la mia. Chiarito l'equivoco tutto si aggiustò, anche se non so se Mamma ricomprò e restituì alla legittima proprietaria il carciofo mancante.

continua